Aggiornato alle 16:43 del 22 giugno 2018

Strategie per il clima

Le tecnologie ci sono, vanno sostenute. La globalizzazione può e deve essere percepita come una opportunità

di Giuliano Monizza*

Il cambiamento climatico è ritenuto da tutti i governi una minaccia per la quale ogni istituzione è tenuta a prodigarsi per mitigarne gli effetti. La tecnologia diventa perciò protagonista del cambiamento e della “revisione” di comportamenti non corretti. E’ per questo che il primo appuntamento della rubrica “Focus Tecnologie” inizia a porre l’accento sul rapporto con il clima e, più comunemente, con l’ambiente.

L’implementazione di nuovi piani di sviluppo delle infrastrutture e di ammodernamento di quelle obsolete è un elemento centrale nell’azione dei Paesi industrializzati, per la quale una visione olistica delle tecnologie è vitale.

In questa transizione si apre una grande opportunità e con essa una notevole responsabilità per le nazioni già industrializzate: sostenere con le loro capacità industriali e tecnologiche una popolazione mondiale che si prevede in crescita fino a 10 miliardi di persone nel 2050 (vedi figure The World Bank).






Per essere credibili in questo cambiamento è fondamentale agire in primis sull’efficienza energetica totale europea e mondiale. Si stima che l’efficienza energetica totale dei Paesi industrializzati sia solamente del 43%, cosi il 57% dell’energia utilizzata si trasforma in gas climalteranti.

Le emissioni di CO2 rappresentano circa l’82% di tutti i gas emessi; è necessario quindi un costante controllo con relativa riduzione.

Nonostante questo non siamo indietro, la competenza c’è tutta.

Come Italia abbiamo sviluppato tecnologie innovative già dagli inizi del ‘900, basta vedere le prime progettazioni di bacini idroelettrici delle cui tecnologie siamo ancora oggi grandi detentori di capacità imprenditoriale ed esportatori.

Le tecnologie sono migliorate per l’incessante impegno in ricerca e sviluppo (R&D), l’efficienza dei sistemi è cresciuta ma la sfida della innovazione e del genio il Paese la governa molto bene.

Con la digitalizzazione la sfida è ancora più prossima dall’essere vinta, sia sul fronte dell’affidabilità del servizio, sia sull’efficienza degli impianti di generazione (fino all’80% con Chp-Combined Heat & Power).

Il sistema di generazione e trasmissione dell’energia elettrica in Europa, sviluppato in ciascun Paese in modo autonomo nei passati decenni, ha un notevole potenziale di riequilibrio energetico se guardato con un’ottica europea. L’uso razionale di potenza installata nelle varie nazioni Ue consente la dismissione delle centrali obsolete con la possibilità di potenziare l’uso di energie rinnovabili.

Il processo di de-carbonizzazione del processo energetico è già in atto. I target Ue al 2020 (20/20/20) sono quasi raggiunti e per quelli al 2030 (in discussione proprio in questi giorni) siamo nella giusta direzione per raggiungere l’obiettivo anche grazie agli investimenti delle utility europee, in particolare quelle italiane che sono state “front runners” a livello Ue e internazionale.

Molti sono stati i progetti R&D e pilota in smart grid - oltre 400 a livello europeo - supportati nei piani di ricerca e sviluppo da fondi Ue.

Guardando oltre la rete per la trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica è necessario investire nell’efficientamento dei processi produttivi dell'industria manifatturiera (metalli, cementifici, raffinazione, etc.) con i nuovi motori ma anche i trasformatori ad alta efficienza e relativo uso di software per la digitalizzazione. L’industria 4.0 si realizza con gli investimenti, come pure l’efficienza degli “smart building”, alla quale deve essere dedicata un’attenzione particolare.

L’interconnessione di un sistema di produzione dell’energia elettrica a centrali tradizionali con quelle ad energia rinnovabile, più o meno volatili, quali eolico, fotovoltaico e biomasse, è quindi possibile e rappresenta già la base degli investimenti in Fer, con il nostro sistema industriale che è considerato un riferimento.

Bisogna avere ben chiaro che le tecnologie per raggiungere gli obiettivi per controllare il cambiamento climatico ci sono, ma vanno semplicemente usate tramite gli investimenti.

La domanda per investimenti sull’energia a livello mondiale è stimata in 900 miliardi di dollari/anno (vedi fig. Aie)





Questo significa che è determinante investire in nuovi impianti, come pure nel revamping di quelli datati e poco efficienti.

Per far questo possiamo sostenere le tecnologie già disponibili, frutto degli investimenti in R&D fatti negli ultimi anni. Tale investimento è comunque garanzia di primato tecnologico anche per il futuro. E’ necessario quindi prendere coscienza che le tecnologie innovative esistono già.

Tuttavia l’aspetto regolatorio è tuttora la base sulla quale si incontra l’innovazione e con essa l’uso della tecnologia. Il processo di regolazione e la relativa standardizzazione, secondo le normative europee, dei prodotti e sistemi costruiti nell’Unione europea, sono la base per valorizzare il nostro sistema industriale.

Se solo ci concentrassimo su quanto abbiamo di già disponibile nelle nostre Pmi, con un opportuno supporto degli investimenti, si può sicuramente confidare di poter raggiungere gli obiettivi al 2030/50.

Sono le tecnologie in cui l’Italia, lo ricordiamo ancora, svolge un ruolo di grande innovazione e che si ha il dovere di far conoscere, non solo per logiche di Pil, ma anche per l’apporto di valore sociale che può fornire al Paese. Per realizzare questo scenario è necessario che i trasferimenti di tecnologia e di beni industriali siano regolati, in modo libero e globale, cosi come “libero e globale” è il clima.

Regolamentare al meglio la diffusione del know-how e la protezione della proprietà intellettuale è comunque essenziale, perché rappresenta la difesa di un nostro bene fondamentale. Questa è la prossima sfida che l’Italia e la Ue devono cogliere e palesare ai loro interlocutori internazionali, possibilmente in contemporanea con le azioni contenitive per l’ambiente.

Il clima è un bene comune. E’ per questa ragione che la collettività deve comprendere di sostenere questo enorme sforzo del Paese nel rinnovamento di quanto obsoleto e datato, promuovendo gli investimenti e le azioni legate agli aspetti finanziari e fiscali incluse le detrazioni.

Gli investimenti in R&D per un'azienda sono la base per il futuro e per la sopravvivenza dell'azienda stessa, in un mercato che cambia velocemente.

La globalizzazione può e deve essere percepita come una opportunità.

Molte Pmi, se non hanno il loro know-how protetto, si troveranno in difficoltà perché rischiano di vedersi depauperata la loro conoscenza. In caso contrario, per rimanere sul mercato, molte imprese scelgono la strada della de-localizzazione in Paesi a basso costo di manodopera.

Le tecnologie inventate in Italia e in Europa vanno difese e protette. E’ da augurarsi che i nostri politici pongano la dovuta attenzione a questi aspetti.




°Una finestra sul passato. In onore della storia dell’industria italiana del settore, in allegato da L’Elettrotecnica 15 /25 Gennaio 1923- Impianto di CREGO- Valle D’Ossola.



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